Photo by Sorin Olteanu

Intorno alla metà di febbraio milioni di merluzzi si avvicinano alla costa nordovest della Norvegia, colti da un irresistibile istinto riproduttivo che si trasforma nella ricchezza di generazioni di pescatori, usi a trasformare questo tutto sommato insipido pesce in una manna dal cielo che dal 1450 scende dall’Artico verso le tavole di tutta Europa. Mors tua vita mea. Questo significa che da metà febbraio i porticcioli tra le Lofoten e Murmansk pullulano di pescherecci di ogni età e dimensione, dai piccoli 8 metri di legno anni ‘50 agli enormi 100 metri di acciaio con prue così avveniristiche che gli Imoca scansatevi, tutti diligentemente impegnati nel gargantuesco massacro che porta nelle stive di un 40 piedi fino a sei tonnellate di pesce al giorno. E navigano tutti più o meno incuranti del fatto che quassù mari e venti hanno intensità e carattere paragonabili a quelli di Capo Horn. Le tempeste più intense paiono poi seguire i merluzzi, quasi fosse un prezzo necessario da pagare, e tra febbraio e fine aprile gli anemometri si divertono a segnare punte oltre i 90 nodi, con onde diligentemente proporzionate. Le giornate di calma sono rare e l’aria frizzante e capricciosa basterebbe da sola a rendere piacevole la navigazione, ma difficilmente il timoniere resta concentrato sulle vele, perché il panorama, fatto di continue catene di montagne innevate e pareti di cristallo e granito a picco su un oceano che oscilla tra il blu e l’acciaio, è fonte di continua distrazione, con una certa contrarietà del comandante che è sovente costretto a ricordare all’equipaggio che le scotte, anche se fredde, vanno usate.

Ma come, direte, e pure al buio? Insomma, come si naviga da quelle parti?

Iniziamo sfatando il mito dell’oscurità perenne. Ogni punto del globo vede il sole lo stesso numero di ore in un anno, in media 12 al giorno. Quassù a 70N a questa dozzina va aggiunta una cospicua quantità di crepuscolo, prima dell’alba e dopo il tramonto, visto che il sole non scende ma appena scivola sull’orizzonte, e ciò che fa sì che a Capo Nord ci sia mediamente più luce che a Capo Passero. Agli inizi di aprile il buio scompare per tornare a fine agosto. Certo, a dicembre restano 4 ore di bagliore verso sud, la meravigliosa luce polare, un acquarello di indaco e vermiglio da strappare gli applausi e le lacrime, e il resto è notte fonda striata di verde, ma quando torna il merluzzo la luce regala le stesse ore che dona a Belluno, e andar per mare non è poi così estremo.

Photo by Sorin Olteanu

E non è nemmeno tanto tremendo navigare, con le dovute precauzioni che, guarda a caso, consistono nello stesso buonsenso che guida pescatori e navigatori nordici dai tempi dei vichinghi: tanti porti gratuiti, scafi dislocanti e solidi, informazioni affidabili su cui basarsi per pianificare un viaggio in mare, vestiti adeguati che non comprendono quasi mai nulla che noi definiremmo nautico. Lasciate a casa la supercerata oceanica in goretex. Qui il mattino ci si infila in un tutone galleggiante e ben isolato che resta sempre appeso nell’anticamera delle case o nell’armadio delle cerate, e se ne esce per cena. Costo 180 euro. Per i piedi e le mani si usano efficaci ed economicissimi attrezzi da pescatore, come stivali e guanti di gomma imbottiti, non proprio comodissimi, questi ultimi, per indulgere in nodi stravaganti.

Non fa freddissimo. La corrente del Golfo tiene sempre l’acqua sopra i 3° gradi e la temperatura dell’aria scende raramente sotto i -10°. Va da se’ che la bolina va considerata un’andatura di emergenza, specie sopra i 25 nodi. L’acqua degli spruzzi gela immediatamente sul ponte e dopo un’oretta, se si è ancora vivi al timone, la prua inizia ad appesantirsi abbastanza da innervosire anche barche di solito decise sull’onda. Molto più saggio pianificare navigazioni che prevedano il vento da angoli meno aggressivi. Il ponte è comunque quasi sempre ghiacciato tra dicembre ed aprile, quindi non è consigliabile togliere le manette dai winch, pena un lungo lavorio di cacciavite o fiamma ossidrica per reinfilarcele. Difficile anche maneggiare cime di ogni tipo quindi tutti cercano di limitare le manovre al minimo. Noi usiamo il fiocco autovirante e quasi solo quello, essendo di solito la randa inutile con venti tesi e poppieri.

Photo by Sorin Olteanu

Se la sicurezza di un viaggio in mare dipende molto dalla sua pianificazione, qui è un fattore essenziale, sia che si vada a pesca che a passeggio. Ogni abitante della zona è perennemente connesso con l’app meteo norvegese, YR, e le chiacchiere al bar, laddove questi esistano, o sul molo, vertono sul tempo più che a Londra. Per fortuna la costa del paese, la più sviluppata del pianeta dopo quella canadese, nel senso della lunghezza, offre migliaia di ancoraggi sicuri, a cui gli uomini hanno aggiunto centinaia di porti, la maggior parte dei quali con un molo gratuito o quasi. Si passa dal moderno pontile galleggiante di cemento con colonnina elettrica digitale, a vecchi moli di legno con copertoni di ordinanza, scalette arditissime e impianti elettrici già fuori norma ai tempi della Lambretta. Solo in alcuni porti si trova l’acqua anche d’inverno, con la manichetta riscaldata a disposizione di chiunque, visto che l’acqua in Norvegia è pubblica e non ha alcun prezzo. Si ormeggia sempre e solo all’inglese.

E così, ben vestiti come omini Michelin, velisti e pescatori gironzolano da un porto all’altro, gli uni cercando piaceri, gli altri doveri. Il merluzzo pare avere un gusto particolare per quei mari con panorami selvaggi e drammatici, tipici dei capi imponenti o delle isole a forma di cattedrale perché proprio in quei pressi, dove le correnti si scontrano, si mangia meglio e di conseguenza si pesca di più. Caso vuole che i capi più belli siano anche i più scorbutici, con frequente onda incrociata e resa più arzilla dalla corrente che corre dentro e fuori dai lunghi fiordi. Come se non bastasse, dai promontori più spettacolari escono per miglia e miglia lunghe catene di scogli, rocce, isolotti, secche, bassifondi che i norvegesi si sono sempre ben guardati dal segnalare, preferendo la più pratica, e meno costosa, tracciatura di corridoi o canali sicuri attraverso i pericoli summenzionati. Va da sé che anche il peschereccio più umile brilla anche di notte di schermi e navigatori e sonar e di tutto e di più, e non ci sono più scuse per commettere errori di pilotaggio. Per chi scrive resta comunque un mistero come facessero a navigare sti poveretti negli anni che furono, in cui non mancava solo il GPS ma praticamente anche tutto il resto, dalla carta nautica al motore. La fame era endemica fino alla metà degli anni sessanta e solo dagli anni 80 sono andate in pensione le boe di vetro. Solo la scoperta del petrolio negli anni 70 ha permesso la costruzione di infrastrutture che permettessero la nascita di una flotta moderna.

Qualora queste poche note non vi abbiano scoraggiato, sappiate che comunque non sono eccessive le modifiche necessarie alle normali imbarcazioni da diporto, e qui arrivano barche di tutte le tipologie, senza distinzione tra ‘camperoni’, schegge da regata di lusso anni ’70 e favolosi scafi in alluminio pronti per arrivare direttamente al Polo Nord. Essenziale il riscaldamento, possibilmente più di un tipo. I pescatori usano la classica stufa a gasolio, tipo Refleks, mentre i velisti preferiscono il Webasto o le sue varianti. Meglio entrambi. Nei porti stufette e piastre elettriche restano sempre accese, e di fatto un qualche sistema di riscaldamento è in funzione per almeno 10 mesi all’anno. Altri gadget essenziali non ne vedo. Importanti, per chi ha una barca con un design che non ne viene insultato, i vari tendalini a sigillare il pozzetto. La nostra ‘Cadeau’, uno Swan 44 del 1976, è perfetta per queste acque ma il timoniere è privo di ogni protezione, essendo i tendalini di ogni tipo un vero sgarro ad Olin Stephens. Tra i navigatori del nord vanno molto le trinchette ma sinceramente in 7 anni e ormai oltre 10mila miglia in queste acque non l’ho mai issata, così come non ho mai usato la terza mano, preferendo come detto un fiocco universale multiuso.

Per quanto non drammatica come possa sembrare, la continua vita a bordo è una sfida continua, specie nelle lunghe notti invernali e durante la stagione delle tempeste, quindi velisti e pescatori sono ben ‘ancorati’ alla loro casa sulla terra, scelta che dopo qualche anno abbiamo fatto anche noi, trovando un meraviglioso porto per la nostra Cadeau (si chiama Kristoffervalen) e una base a terra per noi e per i nostri numerosi ospiti. Anche i velisti più incalliti infatti, preannunciando di preferire dormire in barca, dopo la prima uscita in mare scelgono più saggiamente un letto non troppo lontano da un camino, grandi finestre sul mare e sull’aurora, e una nutrita biblioteca che stiamo creando con l’obbiettivo di diventare la più grande biblioteca di mare e viaggi al mondo.

Cadeau entrò nel porto di Kristoffervalen in uno di quei pomeriggi da plaid in cui ti auguri solamente di trovare un molo riparato, e di trovarlo in fretta, e in questi casi nessuna soluzione è migliore della fiancata di un’altra barca a vela, la prima incontrata da giorni. Sul molo c’era un signore il cui sopracciglio superiore suggeriva quella curiosità mista a velato scetticismo che sovente apostrofa gli occhi della gente del nord all’arrivo dei turisti, che qui sono tutti quelli che arrivano da sud, Tromsø compreso. E a sud c’è quasi tutto il mondo.

«Buonasera, conosce la situazione degli ormeggi qui? Secondo lei posso ormeggiare a quella barca?»
«Quella barca è mia e certo, mi pare un ottimo ormeggio. Ma lei che ci fa qui?»
«Sto cercando una nuova casa per me e un porto per lei…»

Se esiste un elisir capace di far evaporare ogni scetticismo dall’animo norvegese, è la condivisione dei sogni, e alla fine del secondo Tom Collins JH si era innamorato della mia idea di creare un rifugio per viaggiatori alla fine del mondo. Vannøya è una comunità d’altri spazi e altri tempi, capace di far circolare le informazioni a velocità, appunto, relativistiche e in pochi giorni si sparse la voce che un navigatore italiano cercava proprio lì l’altrove dei suoi sogni. Dopo una decina di giorni JH mi chiamò invitandomi ad avvicinarmi in barca al capo a ovest dell’isola e dare un’occhiata verso terra. Vidi una serie di case che accoccolavano una spiaggia e altre due case, più in disparte, che dominavano il capo. JH fu subito chiaro nel dichiararsi sorpreso che la casa bianca fosse ancora in piedi dopo cent’anni, perché quello è uno dei capi più ventosi della zona (80-90 nodi non sono rari a fine inverno) ma, aggiunse, se è ancora lì, un motivo ci sarà. Persi le chiavi durante i miei primi passi nella neve, intorno alle case. Dopo pochi giorni la proprietà accettò la mia offerta e queste sono latitudini dove le parole sono definitive e gli acconti non vengono reputati necessari.

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‘La zona è in realtà conosciuta sull’isola come Toga. Quando non c’era la strada, i viaggiatori tra Vannvag e Kristoffervalen si fermavano qui, dove sapevano di trovare un posto caldo e un caffè sempre pronto’, mi spiegarono in quei giorni. Un rifugio. Voci che si raccontano dietro un caffè al riparo dal vento. Una casa che racconta un’isola e le sue genti. Voci. Ricordi. Racconti. Libri. Una casa di storie e libri alla fine del mondo.

Aperta.

Perché l’altrove alla fine del mondo è troppo bello per una persona sola.

(Autore: Marco Rossi, armatore di Cadeau).


Marco Rossi è l’armatore di Cadeau; è autore della collana Le Onde del Libero arbitrio, edita da Libreria Geografica, tre volumi dedicati alla navigazione ed esplorazione, un personale viaggio in terre nuove e lontane. Della collana fanno parte:
Atlante Romantico della Norvegia
Atlante Romantico del Pacifico
Atlante Romantico dell’Atlantico (in uscita a gennaio).
E’ inoltre ideatore del progetto “NordLight”.


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Potete conoscere Cadeau, Marco Rossi ed il progetto Nordlight attraverso i suoi canali social

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